In Mi distraggo un attimo, Martina Licalsi utilizza ritratti fotografici dell’Archivio di Etnografia e Storia per costruire una scacchiera visiva in cui il rigore archivistico si apre alla dimensione affettiva. L’opera si fonda sull’idea di Walter Benjamin secondo cui l’immagine si realizza pienamente solo nel momento in cui viene nuovamente osservata, in un tempo diverso da quello della sua produzione. Attraverso un esercizio di visione insistita, l’artista individua nei volti degli sconosciuti i tratti della persona amata. La pareidolia, da semplice illusione percettiva, diventa così uno strumento poetico capace di trasformare il documento in esperienza emotiva. Gli sguardi catalogati cessano di essere dati archivistici e si fanno presenze, attivando ricordi e associazioni personali. Le frasi «mi distraggo» e «sei ovunque» introducono una dimensione intima che sovrascrive la neutralità dell’archivio. L’opera mostra come la memoria individuale possa riattivare il passato, restituendo all’immagine una vitalità che sfugge alla semplice registrazione storica.
Fotoincisione su lamiera in alpacca bagnata d’argento
Dimensioni / Durata
150x150mm
Abstract
L’opera nasce da una riflessione sulla fotografia analogica come traccia materiale di un evento luminoso. Nel momento dello scatto, la luce viene assorbita dalla pellicola e trasformata in materia, fissando un istante destinato al passato. Trasferita su una superficie argentata, l’immagine diventa il luogo di una possibile rinascita della stessa luce, che torna a manifestarsi attraverso riflessi, bagliori e presenze mutevoli. Lo sguardo della bambina emerge soltanto nell’incontro con quello dello spettatore, attivando una relazione che mette in dialogo passato e presente. Su questa superficie si consuma il conflitto, la luce dell’immagine tenta di riaffiorare mentre la luce contemporanea la investe e la trasforma. L’ossidazione dell’argento diventa così testimonianza viva di questo processo, segno di una continua lotta per la sopravvivenza della memoria dei vinti e ciò che il presente tende a dimenticare.
Il progetto fotografico ed espositivo Màma si configura come una profonda riflessione visiva sulla complessa
costellazione di archetipi legati alla figura materna e all’evoluzione del rapporto tra madre
e figlio.
Attraverso una rigorosa selezione di immagini storiche provenienti dagli Archivi della
Regione Lombardia (AESS), il percorso narrativo non si limita a una celebrazione
bidimensionale dell’affetto primordiale, ma attraversa le diverse e talvolta contrastanti
stagioni del legame filiale: dall’innata vicinanza all’inevitabile distacco, fino a giungere alle
tappe cruciali della riconciliazione e della consapevolezza matura.
Indelebile prende avvio da una fotografia di Jacqueline Vodoz, conservata nell’Archivio di Etnografia e Storia Sociale della Regione Lombardia. Anni Cinquanta, una modella posa nuda davanti ai corsisti durante una lezione di copia dal vero. Un corpo femminile esposto allo sguardo, studiato e tradotto in segno.
Nella Gipsoteca di Brera questo dispositivo persiste. Le statue femminee recano marchi anonimi, accumulati nel tempo da mani ignote. Traccia collettiva di uno sguardo che esplora, marca e rivendica il corpo femminile come territorio conquistato, ora ridotto a mappa.
Il progetto fotografico indaga la tensione tra soggetto e oggetto dello sguardo, tra retaggio culturale e memoria personale.
Le statue diventano archivio del corpo, sintomo di un rapporto con il femminile segnato dall’antagonismo e dalla resistenza; testimoni della consapevolezza che lo sguardo sul corpo femminile viene da lontano, è stato costruito e perdura.
Fronte e Retro: Corrispondenze da un archivio familiare
Anno
2026
Materia e tecnica
Fotografie d’archivio familiare personale, scannerizzate e rielaborate tramite intervento digitale; stampa su carta fotografica opaca 250 g/m².
Dimensioni / Durata
H 11,5 × L 15,5 cm
Abstract
Il progetto nasce dal ritrovamento di una raccolta di fotografie e cartoline appartenute alla mia famiglia paterna, risalenti tra la fine del XIX e la metà del XX secolo. Le immagini, raffiguranti volti di parenti per lo più sconosciuti e luoghi legati a un piccolo paese di montagna nei pressi di Domodossola, custodiscono sul retro tracce di vite quotidiane: corrispondenze, saluti, annotazioni, timbri e segni del tempo. La cartolina, concepita come oggetto composto da fronte e retro, immagine e scrittura, richiede di essere capovolta per essere letta.
Attraverso un intervento di manipolazione e rielaborazione digitale, le scritture originariamente nascoste vengono restaurate e trasferite sul fronte delle immagini. Il progetto sovverte così la tradizionale separazione tra fotografia e testo, tipica della cartolina, facendo convivere nello stesso spazio il volto, il paesaggio e la memoria scritta. La parola diventa elemento visivo e narrativo dell’immagine. Fronte e retro coesistono, e il testo non è più un semplice commento all’immagine, ma diventa parte integrante della sua forma, della sua estetica e della sua narrazione.
Cartolina di Stradella, cartolina spedita da Mario Faravelli ad una signora di Stradella; Il retro della cartolina è marchiato con il timbro del Civico Museo della fisarmonica di Stradella.
ISTITUTO
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Accademia di Belle Arti di Brera
Corso
Corso di diploma accademico di II livello in Fotografia
Un piccolo libro raccoglie le stratificazioni ottenute mediante la tecnica della cianotipia nate da un’esperienza di dialogo collettivo con il patrimonio materiale e immateriale della Brianza attorno alla Fornace Artistica Riva durante la residenza artistica Paltacréa.
Esse sono state realizzate a più mani attraverso la sovrapposizione di immagini (provenienti dall’Archivio di Etnografia e Storia Sociale della Regione Lombardia e dal dal Museo Carlo Verri di Biassono) ed oggetti organici e inorganici trovati durante l’esperienza.
La residenza è durata 5 giorni, durante i quali un gruppo di studenti e studentesse di Brera (sotto la direzione artistica di Anna Villa, Emma Dotti e Leo Cogliati) ha esplorato alcuni
luoghi significativi che raccontano di come tutto attorno a noi cambia, si trasforma, conserva e restituisce saperi, racconti ed esperienze.
Questo progetto, incentrato sulla città di Bergamo, nasce da una ricerca all’interno dell’Archivio di Etnografia e Storia Sociale della Regione Lombardia.
Partendo da alcune fotografie storiche di Bergamo bassa, ho inizialmente provato a ricrearle ma, notando che risultava riduttivo, ho scelto di non limitarmi a una sterile replica di esse, usando quegli scatti come punto di partenza per sviluppare nuove visioni.
Ho circoscritto l’indagine al centro città, cuore pulsante di Bergamo, luogo in cui l’evoluzione urbana dialoga con la persistenza di punti di riferimento storici. Esplorando il centro, zona più vissuta e frequentata, il mio sguardo si è focalizzato sulle persone che lo abitano, catturando varietà di età e contesto sociale, inserite in un dialogo con l’architettura circostante.
“Incroci” si propone di raccontare questo punto di incontro tra la dimensione umana e il paesaggio urbano, catturando frammenti di quotidianità tra le vie, gli edifici e, appunto, gli incroci che definiscono l’identità del centro cittadino.
Schwamenthal Riccardo
Il centro piacentiniano con la Torre dei Caduti a Bergamo, Bergamo, 1980-1989
Manifestazione MSI-Movimento Sociale Italiano in piazza Vittorio Veneto, Bergamo, 1970-1979
Manifestazione MSI-Movimento Sociale Italiano in piazza Vittorio Veneto, Bergamo, 1970-1979
Manifestazione per il Primo Maggio. Movimento studentesco in piazza Vittorio Veneto, Bergamo, 1972
Concerto della Banda della Brigata Meccanizzata di Legnano, Bergamo, Quadriportico del Sentierone, Bergamo, 1988
Concerto di una banda musicale. Pubblico. Bergamo, Quadriportico del Sentierone, Bergamo, 1988
Questo progetto fotografico indaga il lutto come esperienza influenzata da fattori sociali e culturali. Partendo dal concetto di disenfranchised grief di Ken Doka, la ricerca riflette sulle perdite che non sempre vengono riconosciute come legittime dalla società.
Attraverso il dialogo tra le fotografie dei campi di Hammacher Arno e immagini personali di luoghi e oggetti abbandonati, il lavoro esplora il rapporto tra perdita, memoria e mortalità.
Il lutto è inteso non solo come reazione emotiva, ma anche come costruzione culturale che determina quali forme di sofferenza possano essere espresse e condivise.
La contemplazione di paesaggi in trasformazione e oggetti scartati diventa un mezzo per riflettere sulla finitezza dell’esistenza e su una forma di immortalità simbolica affidata alle immagini, capaci di preservare tracce della memoria oltre la scomparsa fisica.
Stampa fotografica digitale in bianco e nero su carta opaca e barattolo alimentare proveniente da Pane Quotidiano.
Dimensioni / Durata
29,7 × 42 cm (H × L)
Abstract
Il progetto nasce dall’osservazione di finestre seminterrate, grate metalliche e piccole infrastrutture urbane presenti a Milano. Dodici fotografie in bianco e nero registrano forme, superfici e aperture normalmente marginali, mettendole in relazione con un barattolo proveniente da Pane Quotidiano, storica organizzazione milanese di aiuto alimentare.
Il barattolo, ripetuto nelle immagini, diventa una traccia materiale e sociale: un elemento di distribuzione e assistenza trasferito nello spazio urbano. Il lavoro costruisce così un piccolo archivio visivo di residui, soglie e segni quotidiani. Nell’ipotesi di allestimento, le fotografie sono collocate a un’altezza bassa e alcune vengono osservate attraverso una rete metallica, invitando lo spettatore ad assumere fisicamente una posizione marginale.
Riccardo Schwamenthal, Paesaggi e architetture di Bergamo e provincia, Bergamo e provincia, 1985–1989.
1. Edificio rurale. Finestra in disuso con grata in ferro, ITE-OPD00-0000090458.
2. Edificio rurale. Finestra con grata di ferro e portelloni in legno, ITE-OPD00-0000090442.
3. Edificio rurale. Finestra in disuso con grata in ferro battuto, ITE-OPD00-0000090441.
4. Edificio rurale. Finestra in disuso con grata in ferro battuto, ITE-OPD00-0000090457.
Archivio di Etnografia e Storia Sociale (AESS), Regione Lombardia.
Tra corpo e tessuto nasce dall’osservazione del tessuto come archivio di memoria. Attraverso fotografie di tessuti usati, oggetti personali e frammenti del corpo, il progetto esplora le tracce lasciate dal tempo e dall’esperienza.
Pieghe, segni e trasformazioni raccontano la relazione tra il corpo e il materiale. Il tessuto, a stretto contatto con il corpo, conserva informazioni, emozioni e ricordi della vita quotidiana. In queste immagini il corpo non appare mai completamente, ma attraverso dettagli e tracce della sua presenza. Per me il tessuto ha una doppia funzione: può conservare una memoria, ma anche nasconderla e renderla difficile da leggere. Il progetto riflette sul tessuto come uno spazio tra presenza e assenza, tra ciò che viene conservato e ciò che lentamente scompare.