In Mi distraggo un attimo, Martina Licalsi utilizza ritratti fotografici dell’Archivio di Etnografia e Storia per costruire una scacchiera visiva in cui il rigore archivistico si apre alla dimensione affettiva. L’opera si fonda sull’idea di Walter Benjamin secondo cui l’immagine si realizza pienamente solo nel momento in cui viene nuovamente osservata, in un tempo diverso da quello della sua produzione. Attraverso un esercizio di visione insistita, l’artista individua nei volti degli sconosciuti i tratti della persona amata. La pareidolia, da semplice illusione percettiva, diventa così uno strumento poetico capace di trasformare il documento in esperienza emotiva. Gli sguardi catalogati cessano di essere dati archivistici e si fanno presenze, attivando ricordi e associazioni personali. Le frasi «mi distraggo» e «sei ovunque» introducono una dimensione intima che sovrascrive la neutralità dell’archivio. L’opera mostra come la memoria individuale possa riattivare il passato, restituendo all’immagine una vitalità che sfugge alla semplice registrazione storica.