La mia bisnonna materna, Geremina Buttera, è nata nel 1913 a Pagnona,
in Valvarrone. Ha vissuto sui monti fino ai 10 anni e poi si è trasferita a Lecco, in città, per lavorare come bambinaia.
È tornata a Pagnona durante la Seconda Guerra Mondiale, per stare con i suoi genitori ormai anziani, mentre aspettava suo marito e i suoi fratelli partiti per il fronte.
Durante tutta la sua vita ha scritto poesie, il suo dolore veniva trasformato in parole che lei, con cura, appuntava con le sue mani piccole e instancabili.
Come Penelope tesseva mentre attendeva il ritorno di Ulisse, lei scriveva.
La gestualità dell’attesa è un sentire antico di tutte quelle generazioni di donne che si riunivano davanti al fuoco, raccontandosi storie, tessendo e filando, mentre attendevano con speranza il ritorno di qualcuno.
Ora, da questa parte del mondo, quella gestualità si è persa collettivamente, ma è ancora presente dentro ognuna di noi, nella memoria delle mani.
Recuperare pratiche che ravvivino questo sentire e fare comune è oggi una forma di salvezza.
Ho chiesto a mia madre di trascrivere e recitare le poesie di sua nonna, e tessere con me. Tra le nostre quattro generazioni è nato un intreccio e uno scambio di gesti, che è diventato un incontro.