IO SONO LO SPIRITO DEL TEMPO
e il Cardinale non m’è mai piaciuto, lui e i suoi emissari della malora.
Il Cardinale voi che avete studiato, l’avete letto nel Manzoni. Io invece, che sono la Delia dell’alpe, ci ho combattuto. Combattere contro il morto, ve lo dico, è peggio che contro il vivo. E’ più faticoso che spingere la vacca stolida che ha deciso di fermarsi, più rognoso che strappare lo sciargnòn[1] quando hai la schiena di cemento e le mani scarate, più schifido che menar merda al loch[2] quando hai la febbre e il rovescio di stomaco.
Dodici anni avevo, gambette senza pelo, testolina. Oggi mi vedi così, ma immagina te cosa dovevo essere – era prima della guerra. “Va’ all’alpe, fa’ la bes-cera[3]! E stacci!”
E tre mesi stavo, sola, da giugno a settembre, l’intera villeggiatura dei signori di città. A far la bes-cera diventai la Delia dell’alpe, ché a Premana eravamo due, ma l’altra era una moglie e rimaneva giù.
Però non ero solo io, lassù. C’era la vacca Cater, nove pecore e il montone Gabrio. E poi le altre, quelle come me. Anche loro su, da giugno a settembre, ogni qualche domenica giù per la messa quando c’era la comanda dei genitori o era morto un caro. E di nuovo su.
Dice che far la bes-cera era bello. Ci si alzava, si andava rimbambite alla sòsta a munger la vacca, poi giù a portare il latte. Poi baita, colazione – ti lavavi, ti pettinavi. Poi a far legna e dopo mezzogiorno il fieno e di nuovo alla sòsta, dove si aveva la vacca, a portar via il letame.
Invece giù al paese, due ore di cammino, tutta un’altra vita lontanissima da noialtre. C’erano – ci sono – gli uomini. Che hanno fatto, fanno, sempre faranno una cosa sola: il ferro. A Premana son tutti fabbri. Nel Trecento facevano le spade, le lance. Adesso solo coltelli, forbicine, forbici, forbicioni. Lavorano il ferro – fan solo questo da settecento anni, sono i migliori al mondo e mangiano i nostri formaggi ché carne ce n’è poco niente, forse solo mezza salsiccia a Natale, un’ala di pollo.
Dice che era bello. Ma non era bello per niente. Era una vita dura, sto meglio adesso che sono vecchia arrivata e non c’è un movimento senza un dolore.
E’ stato il Borromeo a decidere come sarebbe andata la mia vita.
Un uomo morto quattrocento anni fa ha detto: la Delia farà così e così, vivrà così e così, e morirà sola, come sola sono oggi.
Il Don – il Gervasoni, il parroco, quello che i miei genitori ingozzavano di galline ogni dì che cadeva in terra – il Gervasoni ha detto: “Io non mi perito, io applico solo la legge del Cardinal Borromeo”.
Quando era vivo, il Borromeo aveva sentito che le ragazze dell’alpe dormivano sole, dentro le baite di famiglia. E aveva anche sentito che c’erano ragazzi che, fattosi tramonto, andavano a trovarle, andavano a fa’ danà[4]. I ragazzi e le ragazze diventarono peccatori, subito, senza prove, senza niente. Il Borromeo mandò allora i suoi sgherri, che si diedero costituzione e stemmi, e costruirono le casine – le casine del Lèc[5], dove le ragazze stavano a dormire non più ciascuna nella loro baita, ma tutte insieme, una sull’altra, sorvegliate da una vecia, una gnech[6], così che nessuno di quelli che venivano a fa’ danà poteva entrare. Oppure poteva, ma poi la gnech andava da mamma e papà e diceva: guarda che tua figlia!
Trecento e passa anni dopo io ne avevo diciassette, e le cose erano cambiate, perché nel mondo vanno avanti, le cose. E da molto tempo le ragazze dormivano dove volevano, anche nelle grotte, quando andavano a far sciargnòn e non potevano tornare in baita per la notte. Poi è arrivato il Don, e ha detto: basta, torniamo al Borromeo. Coi soldi delle forbici ha rifatto le casine del Lèc, il satanasso, e ci ha risbattute tutte dentro con le gnech. Ma ai ragazzi non gliene importava niente. Venivano, e facevano i dispetti. C’era un fosso, sotto la nostra casina, loro arrivavano vestiti male e sfatti da lavoro. Bellissimi della fatica del giorno, rossi del vino della sera. Portavano gli stracci, ci facevano un fuoco, il fumo entrava in casina, noi dovevamo uscire se no si crepava soffocate. Era bello scappar fuori in camicia da notte, scalze, sentire l’erba fredda sotto i piedi senza vederla. Era bello essere costrette a farci vedere da loro come nessuna di noi avrebbe potuto farsi vedere. Era bello giocare a mari orbe[7], a lotta, a baril[8]. Uno di loro era Errico, il veneziano. Aveva tanti riccioli in testa, rideva sempre e non parlava mai. Le amiche dicevano: quello è un po’ scemo. A me non sembrava, ed era bello e allegro. Ma veniva da Venezia tutti i mesi a cavare il ferro, poi lo riportava in laguna, lo lavorava e lo vendeva. Una volta abbiamo fatto baril, io e lui. E’ stato spericolato. Alla fine, lontano da tutti, al buio, mi ha dato un bacio, e anche di più.
Qualcuno deve averci visto, e la mattina dopo è venuto su il Don. A me non importava niente, io l’Errico l’avevo sognato tutta la notte.
“Confessati”, mi ha detto il Don.
“Io non ti confesso proprio niente”.
L’Errico non l’ho visto mai più.
Le amiche e una gnech mi hanno detto che dopo quella notte l’hanno accusato di rubare il ferro, e il Don l’ha fatto carcerare a Venezia. Poi, dicono, è partito per la guerra, e non è più tornato.
Io non ho mai più giocato a baril con nessun altro, perché mai, dopo, in tutta questa vita, ho incontrato qualcuno che non volesse niente in cambio di un sorriso, anche se era il sorriso – forse – di uno un po’ scemo. Così, ancora oggi, mi capita di sognarlo ancora, la notte.
Se la Delia si doveva sposare con qualcuno, era con lui.
Ma per colpa del Borromeo, niente.





©Pierluigi Navoni/AESS-Regione Lombardia Premana, 1992
[1]Tipo di fieno che nasce nei dirupi, faticoso da raccogliere.
[2] Appezzamento di terra, o anche prato di proprietà coltivato a maggese.
[3] Fare bes-cera, ovvero la vita dell’alpe: portare la mucca, condurre il gregge, gestire il letame, far fieno.
[4] “Far dannare”, “Far danni”
[5] “Casine del letto” o “dei letti”.
[6] Zitelle che fungevano da sorveglianti, in grado di riferire ai genitori delle ragazze eventuali comportamenti sconvenienti.
[7] Una sorta di mosca cieca: il ragazzo si bendava gli occhi e, toccando le ragazze, doveva indovinarne l’identità. Se lo faceva, riceveva un bacio dalla ragazza in questione.
[8] Altro gioco finalizzato a favorire il contatto fisico: un ragazzo e una ragazza avvinghiati dovevano riuscire a rotolare sul pavimento o sulla paglia senza mollare la presa, ed evitando di aiutarsi con gli arti.
