Cremona

Il canto che meglio ti parla di me

IO SONO LO SPIRITO DEL TEMPO

La prima sta al centro e racconta la storia di me, della faccia che vedi, delle parole che parlo.
La seconda sta a sinistra e novella la fatica, il costo: dice di me prostrata. Canta la canna spezzata per strappar l’erba malata dal riso, i morsi di biscia e d’insetto, le piaghe e i sonni brutti e gelati su montagnette d’aghi di paglia.
La terza sta a destra e racconta il vero di me, ed è quella che nel canto senti meno, perché il vero di me è l’amore. E di quello, che è l’unico mio, non saprai mai davvero.

Il canto mondino per terze è una grande invenzione, perché non sente padroni e scivola e devia come vuol lui. Non è temperato, non segue codice, è anarchico e fiero, è tutto quel che noi vorremmo essere e non siamo. Son tre binari paralleli che non chiudono mai, non risolvono come nella musica per signori. Perché noi non siam signori – la storia va avanti sempre e non risolveremo mai.

Le sorelle mi cantano bene, svuotandosi tutte per riempirsi di me, che son una e son tante.
Son la biondina di Voghera – mi avete mai visto? Sono la bellezza nella nebbia, sono la stella tornata fresca dall’acquitrino, son la mondina dalle trecce d’oro che aspetta il moroso sotto al pioppo. Tutti passano, tutti dicono: guarda la biondina di Voghera che aspetta. E alla fine, dopo averne visti tanti, il moroso arriva, e mi dà la carezza che volevo. Ma passano i giorni, comincio a star male, e vado da mamma. Lei mi mette a letto, chiama il dottore. Il dottore dice che il male bisognava curarlo prima, tenendomi in casa per non lasciarmi far l’amore con i soldati. Perché i soldati son giovanotti che l’amore non lo sanno fare: loro promettono di sposarti, poi dopo ti lasciano in libertà.
E son la Nina, la mora magretta dai capelli più lunghi di tutte. Son partita con la spazzola che mi ha regalato mia sorella maggiore. Per i quaranta dì di monda ce l’avrò in tasca insieme al falcetto. Non m’importa dei dolori, non m’importa dell’acqua ghiaccia e delle caviglie che scoppiano; non m’importa dei moscerini e ancora meno del sole che mi spreme la testa; non m’importa del riso e fagioli e fagioli e riso, tutte le mane e tutte le sere; non m’importa del caposquadra e del suo bastone, che alla luce mi grida dietro e al buio mi dà le caramelle per farmi sdraiare.
Ho la mia spazzola.
E quando torno, se non riconoscerai il mio viso gonfio e sfatto, riconoscerai almeno i miei capelli.

Il canto mondino per terze è una grande invenzione, perché non sente padroni e scivola e devia come vuol lui.

E son Armellina, la bimba carina, mandata a prendere il desinare dopo aver rastrellato l’erba murellina. L’erba murellina è un’erba molto amara, serve solo a farci faticare, e farci venir fame.
Di tutte han scelto me, perché sono la più piccina, e la mia fatica può aspettare. Mi allontano dal campo, salgo sul crinale e inizio a camminar veloce ché le compagne van sfamate.
Sulla strada c’è un ragazzo, forse lo conosco, forse no. Speriamo non mi fermi, devo far veloce, le compagne van sfamate.
“Dove vai bella Armellina, tutta veloce col pentolino?” – e mi prende per un braccio.
“Vado a prendere il desinare, le compagne van sfamate”.
“Vieni qui, bella Armellina, lascia stare il pentolino” – e mi prende per l’altro braccio.
“Devo correre veloce, lascia stare! Lascia stare! Devo prendere il desinare, le compagne van sfamate” – e mi ferma la prima gamba.
“Lascia stare il pentolino, vieni qui a fare l’amore” – e mi ferma la seconda gamba. E mi prende e mi butta all’ombra, nel prato.
Dalla tasca prendo il coltello.
“De-vo! Pren-de-re! Il de-si-na-re! Le! Com-pa-gne! Van! Sfa-ma-te!” – ogni suono un colpo.
Al ritorno, le compagne non guardano il pentolino, non vogliono sapere cosa c’è dentro.
“Cos’hai fatto, Armellina, con la veste sporca di sangue?”

E sono la Leda, non più così verde. Tondetta e grossetta, primavere già andate. Ho poca memoria – mi scuso così – e invento terzine pungenti e villane, per darci la forza che serve a mondar.
(Udite? Ho la strofa che sfreccia nel sangue, ché ritmo e cadenza mi danno la lena. Per questo son fatta, non cerco la rima: sollevo la gente piegata al mestier).
Mi piace sentire la frusta schioccare – mi piace rispondere uguale sentir.
Rispetto al padrone io ti manifesto, ma dentro al mio testo morire dovrà. M’ingegno a incitare compagne a cantare: la Rivoluzione, un giorno, sarà.

IO SONO LO SPIRITO DEL TEMPO

e mi han cantato in tanti modi, e il canto che meglio ti parla di me è quello delle tre sorelle.

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