IO SONO LO SPIRITO DEL TEMPO
(liberamente ispirato a L’assassitt, traduzione di Nanni Svampa de L’assassinat di Georges Brassens)
Apri male, Saluzzi Giuseppe fu Luigi, il tuo 1962.
I tuoi piedi si alzano poco da terra – sei vecchio.
Calpesti la neve marcia – lo sai, potresti cadere da un momento all’altro.
Ogni passo, ogni singolo passo potrebbe essere la volta buona. Una scivolata, e a terra. Basta un femore e trac che sei fatto.
La tua testa è molle, le ossa del cranio si spappolano a guardarle.
Come ci sei arrivato, a tutto questo? Non ti sei nemmeno accorto d’invecchiare, tutto è andato così rapido. Possibile? Eppure adesso sei proprio vecchio. Che fai schifo, da quanto sei vecchio.
Fa buio troppo presto, qui a Lambrate.
Le insegne dei negozi, quelle luminose, giocano un brutto scherzo. Sembra che illuminino, e invece fan luce solo a due metri di marciapiede, una miseria. Ma abbastanza per toglier facoltà alla luna, quando c’è. L’ariuscia fosca, farinosa, fa il resto. E ti spetascia a terra, più di quanto non sia il tuo stesso corpo a cedere alla forza di gravità.
Le insegne – ma sì che ci sono, però mica sono quelle là che uno pensa. Là c’è un’altra cosa, c’è Milano, grandi spazi, grandi aziende, famose – i cartelloni, la signorina Kores in piazza del Duomo. Il Biffi, lo Zucca, il Motta.
Qui c’è Lambrate, nel nostro piccolo. Abbiamo la merceria, la drogheria, l’osteria, il prestinaio, la latteria, le confezioni. Tutte insegne piccole, solo poche con la luce al neon, che costa. E intanto l’aria pesa, Giuseppe, sulle tue spalle. Sembra che faccia apposta. Sembra che tutta l’aria si sia messa d’accordo per andar lì col buio e dire: adesso andiamo dal Giuseppe e lo spetasciàmo, ché è troppo che sta su, quel lì. Il cappottaccio sembrava reggere – ha retto trent’anni, mica molla adesso. Invece ora lo trapassa tutto, il vento, il freddo, ma com’è che succede d’improvviso? Che fare, adesso, Giuseppe? Non ti reggono più le gambe? Ma vai a casa, cristo! Cosa ci fa uno come te in mezzo alla strada! Vattene a casa, guarda il muro, aspetta la morte, no?
Ma no. Tu neanche sai cos’è ‘sta forza che ti spinge, che è sì una forza, ma una forza debole. “Forza debole, me pias”, pensi. “Non è che mi, il Giuseppe, son propi sciopàa, morto secco. No, non ancora”. Così, un passo dietro l’altro. Dai che ce la possiamo fare, via. Tirèm innanz, com’è che diceva quel lì. Tiriamo fino a che c’è la Lella.
Che a un certo punto – un punto che noi sappiamo molto bene qual è – eccola lì, la Lella, proprio all’angolo, appoggiata al lampione che sembra che guardi tutto e invece non guarda niente e aspetta.
Che bella, la Lella. Ma che bella che bella che bella. Se’l gh’è un paradisi, l’è tucc pien de Lelle. Un quartino di tosa. Picinina.
Cento e cento volte l’ha incontrata la Lella, il Giuseppe, e cento e cento volte vedendola s’è scordato di tutto: del caldo, del freddo, della gamba sifolina, dell’artrite reumatoide, della pipì che non riesce a fare e quando riesce gli fa un male bestia, della pensione che al 12 è già finita, del topo che gli ruzza in cucina e che non riesca mai a prendere. S’è scordato, ogni volta che ha visto la Lella, di quando era giovane al fronte, ad Asiago, e il caporalmaggiore Volpato Gianandrea gli è morto tra le mani dopo esser saltato su una granata. E di quando, sempre ad Asiago, per salvare un ufficiale medico prima che arrivasse la barella, gli ha segato via una gamba seguendo le istruzioni del medico stesso, lui che non sapeva neanche come si sbuccia una pera. S’è scordato di quando, anni dopo la guerra, ha cercato lavoro come un pazzo e gli hanno detto – tutti! – che a lui, diplomato geometra, se non prendeva la tessera del Fascio nemmeno il garzone del macellaio gli facevano fare – però a lui il Duce non gli piaceva proprio per niente, e più gli dicevano “La tessera, allora, ce l’avete o no?”, più lui montava in bestia. S’è scordato di quando poi disperato – sposato, un figlio, niente da mangiare – dopo anni di fame la tessera aveva finito per prenderla, e si era sentito un servo deficiente, umiliato e aveva iniziato a bere duro e una sera aveva picchiato la moglie, e poi lei se n’era andata portandosi via il Riccardo, e lui era rimasto sotto i bombardamenti solo come un cane con la rabbia, ché tutti sapevano e nessuno gli parlava più. S’è scordato di quando sì, il lavoro al Comune con la tessera alla fine l’aveva trovato, ma l’aveva anche perso perché quando la moglie e il figlio se n’erano andati lui era diventato uno da quattro bottiglie al giorno – e senza mangiare! – e alla fine il principale l’aveva chiamato, gli aveva detto “Senta, Saluzzi…” con la faccia brutta, e poi l’aveva allontanato. S’è scordato di quando dietro casa sua avevano issato il Duce a testa in giù con la sua donna e li avevano presi a mazzate in testa, e lui c’era perché appunto abitava lì dietro, aveva sentito il casino, era andato a vedere e aveva pensato ma che schifo, ma che vergogna e alla fine aveva anche vomitato sul marciapiede, anche se era per colpa del Duce che la sua vita era andata così e non cosà. S’è scordato, ogni volta che ha visto la Lella, di quando, senza più una vita che si potesse chiamare tale, in uno stambugio vista ferrovia di Via Bassini, aveva deciso che se andava avanti così voleva dire che il Duce anche se era morto aveva vinto, e che lui, che non aveva più niente e anche i comunisti gli facevan schifo, aveva perso di brutto. S’è scordato di tutti quegli anni che son venuti dopo in cui quelli più piccoli di lui che la guerra non l’avevan vista neanche da lontano recitavano la felicità, e facevano i bauscia con la Seicento e i guanti da pilota, e facevan tre figli, andavano al mare, compravano la televisione e rispondevano alle domande dei quiz.
Momento: tutte queste cose Saluzzi Giuseppe se le ricordava bene e se le rimasticava in ogni singolo momento della sua vita disgraziata, però: ognuna delle cento volte che ha visto la Lella, e sempre a quell’angolo maledetto lì, zàcchete, lui s’è scordato di tutto, anche nome cognome e paternità.
Non è che gli puoi dar tanto torto, al Giuseppe: la Lella è davvero una forza della natura. Cosa ci avrà – vent’anni? Veste in due tenute, invernale ed estiva. Quella invernale: paltò grigioverde, stivale in pelle nera a ginocchio, scampolo di coscia nuda, basco loden in similtinta col paltò, sciarpina fantasia scozzese. Quella estiva: camiciola di lino a fiori, gonna di cotone rosso carminio con fantasie gialle in ricamo, décolleté nere. Non è che ce ne sia una che al Giuseppe piace più dell’altra. La Lella è incantevole sempre: che sia freddo o caldo, che piova o bruci, lei è una visione che ti porta via, con quegli occhi da animale del bosco, che dissimula bistrandoli di kajal.
Ma lei è così giovane, Giuseppe, e tu così vecchio.
Questo hai sempre pensato. Fino a stasera.
Stasera infatti c’è un’altra cosa che ti ruzza come un moscone nel cervello.
E cioè che i giorni che ti restano forse si possono contare a voce alta senza che arrivi a mancarti il fiato, che la vita ti sta scivolando via dalle mani come acqua da una fontanella, e non riesci a trattenerne quasi nulla. In ciò che ancora ti resta, di vita, Giuseppe, c’è lei. Poi il resto, quel che deve andare – che vada.
Quindi no, non è stato un raptus, un’idea del momento. Prima o poi questa cosa andava fatta, e stasera l’hai fatta. E’ stato facile, più facile di come te l’eri immaginato tutte le volte che hai girato quell’angolo, che la Lella te la sei lasciata alle spalle e hai pensato “Perché non l’ho fatto?”, e ti sei risposto “Be’, la prossima volta”, e sei tornato a casa triste.
Invece di passarle davanti, stavolta ti sei fermato e le hai detto: vieni con me?
Sì, è stato facile. Lei ha risposto con un cenno della testa, e ti ha seguito. E lì, la magia – improvvisamente le gambe che tengono, le spalle forti, il cuore che pulsa duro e in regola, la mente pulita e sorridente. Il Beppe, il ragazzo col pallone che appoggiato al muro, fuma senza pensieri la sua prima sigaretta, guarda che succede in strada e si passa una mano tra i capelli.
L’hai portata nel tuo bilocale, dove prima di uscire avevi lasciato le finestre aperte per rimpiazzare con il vento pulito dei treni che partono tutti i tanfi d’uomo vecchio – carne marcia, frutta putrida, pane cariato, scaglie di pelle – che tu non senti, ma che sai ormai alitare vivi e autonomi tra i muri.
Poi, a distanza, l’hai contemplata, assaporata a lungo in quel frangente così impressionante – lei, così immaginata, così bella e fresca e senza storia, in quella stanza piena di cose orribili e franate nel buio di un tempo tanto lontano da far pensare che non sia mai esistito. Il primo tocco – era vera, era lei, era la Lella, e tu, timido, a toccarle il braccio, solo quello. E lei ha sbuffao piano, s’è toccata i capelli neri e ha pensato “Ma che fa ‘sto vecc? Mi porta qui per toccarmi il braccio?”. Tu hai la quinta elementare, ma in quegli occhi hai letto tutti i libri del mondo, hai capito. Sei tornato il Beppe del pallone, le hai tolto il cappotto, la maglia, la camicia, il reggipetto – lei s’è fatta fare. Ha detto solo “Mille lire”, tu le avevi in tasca, gliele hai date, lei le ha appallottolate che son diventate il niente che erano fin dall’inizio, e le ha scivolate in borsetta, poi ti ha abbracciato. La bocca che le hai dato era la bocca tesa del Beppe col pallone, però intanto lei guardava dove non c’era niente da guardare.
E le toglievi il resto e non ti riconoscevi più, tanto eri un altro te, così forte e teso, e lontano. E piombavate sulla branda, e smanacciavi e non sapevi cosa toccavi ed eri perso, perso, perso di tutta quella bellezza e meraviglia e nostalgia, nemmeno fossi stato al sesto Biancosarti – doveva essere, e sapevi che lo era, l’amore, quello che accecava tutto e ti faceva alto, perenne, immortale. Lei così bianca e fresca: forse non avevi mai respirato prima.
E quando lei ti ha soffiato calda all’orecchio, la mano sulla tua nuca “Sono altre mille”, tu: “Poi te le dò, dai”, e così era successo.
E alla fine di tutto non sai più niente, e sei andato, e tornato e hai visto il senso di tutte le cose, e hai pianto – sì, alla fine ti sei lasciato andare, e andava bene. E la Lella ti ha detto “Le mille lire”, e si è rivestita un pezzo alla volta, ma perché così di fretta, amore mio, dai.
E le mille lire.
Le mille lire.
Le mille lire non ce le avevi.
La settimana prossima.
Cos’è una settimana?
Niente.
Guarda la mia vita. Cos’è una settimana?
Niente.
E lei ha detto parole brutte. Ma perché?
Cos’è una settimana? Niente. Guarda la mia vita.
E lì lei ti ha fissato con uno sguardo vuoto. E’ corsa alla finestra, s’è affacciata sulla strada.
Non ti sei nemmeno reso conto di quanto poco tempo fosse passato e avevi già le mani del rocheté strette al collo. Il Silvio, il magnaccia della Lella, e anche suo fidanzato – questo lo sapevi. E tu eri sdraiato sulla branda e lui sopra di te a cavalcioni che sembrava che volesse far l’amore e ti stava ammazzando, e lei anche che ti circondava, spostando la faccia da tutte le parti ma sempre vicinissima alla tua, e la sua faccia non era più la faccia dell’angelo ma la faccia del mostro, che ti abbaiava contro cose così brutte che non sapevi nemmeno che esistessero, cose così. E ti faceva le boccacce, tirava fuori la lingua e ti canzonava dicendoti vecchio e schifoso, e ti ruttava negli occhi. Tu già non avevi più aria, ma la guardavi lo stesso, la bocca che ti aveva baciato qualche minuto prima, storcersi e mandar fuori suoni mai uditi prima.
Poi sei diventato bianco, e i tuoi occhi sbarrati hanno solo potuto guardare il soffitto. Ma i due ragazzi non potevano sopportarlo. Allora ti hanno rovesciato a terra perché la tua morte non potesse vederli mentre smontavano la casa in cerca di soldi, di cose di valore. Hanno tirato giù gli scaffali, sfasciato gli armadietti. Hanno aggrappato le zampe ai pensili come cani furibondi. Faccia a terra, sentivi il loro affanno, i gemiti, gli aliti di fuoco, l’angoscia di chi più cerca e meno trova. E ti sarebbe piaciuto, a questo punto, dir loro “E’ tutto inutile, non troverete niente”, e anche di più ti sarebbe piaciuto avere avuto un tesoretto misero che potesse placare la loro disperazione. Ma tutto quel che avevi erano due medagliette, un libro e un mazzetto di fotografie della tua famiglia.
Così, con quelle in mano, i due ragazzi sono crollati a terra, proprio accanto a te. Tra urla e lacrime, ti hanno girato per chiederti scusa.
Poi si sono inginocchiati. Lui ti ha preso la mano, te l’ha accarezzata come fosse tuo figlio. Lei si è chinata sulla tua faccia fredda, ti ha preso la testa tra le mani, te l’ha baciata, e si è messa a pregare.
L’indomani, al mercato, tutti parlavano di questo terribile fatto.
Mentre imbustava un chilo di patate, la fruttivendola ha detto: “Però alla fine si sono pentiti. Secondo me all’inferno non ci vanno”.
Un cliente le ha restituito i peperoni che aveva appena comprato. “Si vergogni di dire queste bestemmie”, ha detto. “Intanto loro sono vivi, e quel povero cristo là è morto”.
Ma tempo una settimana e sia la Lella che il Silvio si sono impiccati in cella, e forse alla fine – chi lo sa, magari aveva ragione la fruttivendola.
Anche a Lambrate, nel nostro piccolo, c’è gente che muore ammazzata.










©Viviana Casati/AESS-Regione Lombardia, Lambrate anni '60, Milano
